Botta e risposta Comitato Riconversione RWM-Confindustria

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Confindustria Sardegna Meridionale e le organizzazioni sindacali Cgil-Filctem e Cisl-Femca del Sulcis Iglesiente in un comunicato  chiariscono che:la Rwm Italia, opera nel pieno ed assoluto rispetto delle normative e regole vigenti, dispone di tutte le complesse autorizzazioni necessarie ed è assoggettata a rigorosi processi di controllo e vigilanza da parte degli organismi competenti per legge, ribadendo il pieno diritto e la legittimità dell’attività produttiva dello stabilimento di Domusnovas. Una attività che, in un area caratterizzata da una profondissima crisi economica, riesce ad assicurare una occupazione ad alta specializzazione diretta e verificabile ad oltre 300 lavoratori (a tempo indeterminato e in somministrazione), oltre ad un indotto certamente rilevante ed alla diffusione di reddito nel territorio.
Le estemporanee ipotesi di riconversione produttive risultano, oltre che giuridicamente irricevibili, assolutamente impercorribili e velleitarie, per investimenti, competenze, tecnologie, attrezzature industriali e mercati totalmente alternativi e diversi rispetto agli attuali.
Chiedere la riconversione equivale dunque a chiedere la chiusura dello stabilimento. Così come la diffusione di comunicazioni non corrette accompagnate da azioni spesso demagogiche di propaganda e agitazione sociale mettono a rischio anche la stessa sicurezza personale dei lavoratori, dei loro familiari e del sito.”

Il Comitato Riconversione RVM-Iglesias  risponde alla nota della Confindustria: “Il secondo comunicato stampa della nuova alleanza CONFINDUSTRIA-CGIL-CISL, quasi fotocopia del precedente, ci ha lasciato stupefatti. Ha dell’incredibile, infatti, che dei sindacati si fermino alla valutazione della regolarità formale di un’attività produttiva e non prendano in esame la sostanza dei fatti. Organizzazioni che fondano sul principio di solidarietà il loro agire sociale non possono non fermarsi a considerare che i lavoratori ed i cittadini dello Yemen, vittime delle produzioni belliche della fabbrica di Domusnovas sono compagni, fratelli, amici di quelli di Domusnovas e Ghedi e nulla hanno fatto contro di loro o contro il nostro Paese.  Nel Comunicato, giustamente, si afferma che la nostra area è “caratterizzata da una profondissima crisi economica”; ci autorizza forse la crisi che stiamo vivendo a rifarci su una popolazione innocente basando sulla sua distruzione i nostri guadagni? Gli Statuti  della CISL e della CGIL, agli articoli 2, fanno entrambi riferimento all’importanza del perseguire rapporti con i lavoratori di tutto il mondo volti alla costruzione della Pace; è producendo bombe per bombardare civili, ospedali, case e bambini in Yemen (Ban Ki-Moon, 5 febbraio 2016) che promuoviamo rapporti di pace?

I rappresentanti locali delle tre organizzazioni sostengono che la riconversione non è praticabile. Noi pensiamo di si e fondiamo la nostra convinzione, oltre che sul buon senso, anche sul dettato della L.185/90 che, all’art.1 – c.3, prevede che il governo predisponga piani di riconversione delle industrie belliche. In ogni caso, se la strada della riconversione fosse troppo in salita, quella produzione non potrebbe comunque andare avanti, in quanto contraria alle norme morali, etiche e giuridiche.

O la RWM decide di cambiare filosofia aziendale e sospende le forniture ai paesi in guerra come previsto dalle leggi di tutti i paesi europei, oppure la fabbrica va chiusa e sostituita con altre attività. Certo è che lo Stato, la Regione e le forze sociali se ne dovranno far carico, come prevede la legge! Dopo aver illuso per anni i lavoratori che tutto fosse regolare.

Si rendano conto, sindacati e Confindustria, che, a livello internazionale, il vento sta cambiando: nelle ultime 3 settimane, 3 paesi europei sono entrati nel novero di quelli che hanno sospeso ogni fornitura militare all’Arabia Saudita prendendo atto dei crimini umanitari commessi nella guerra in Yemen: sono la Germania (la Merkel, in visita a Rhiad, ha chiesto la fine dei raid aerei sullo Yemen), il Belgio e la Norvegia. Recentemente si è pronunciato nello stesso senso senso il governo canadese del presidente Trudeau. Che farà l’Italia? Per quanto tempo potrà continuare a negare l’evidenza?

Se non si costruisce ora l’alternativa alle bombe, domani potrebbe essere troppo tardi ma le organizzazioni sindacali e datoriali, anziché occuparsi della salvaguardia dei lavoratori, si ostinano a sostenere una impresa di proprietà tedesca che viene a fare in Italia ciò che non gli è consentito in Germania. Ci si rende conto che Rheinmetall, dopo aver delocalizzato nel Sulcis-Iglesiente nel 2010, ora lo sta facendo in Sudafrica ed in Arabia e la chiusura potrebbe essere veramente alle porte?

Quanto poi alla sicurezza che sarebbe messa a rischio dalle azioni di quanti vogliono la riconversione, ci preme solo evidenziare che la libertà di opinione e di informazione sono ancora alla base della nostra democrazia, così come dovrebbero esserlo per ogni organizzazione di questo Paese.”

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