








Dinamite pura. Metaforicamente parlando, si può descrivere così il concerto degli Skunk Anansie di ieri sera alla Fiera voluto dalla Vox Day.
Nella prima tappa italiana, la band britannica travolge come un’onda il pubblico presente. Skin, Ace, Cass e Mark sono una conferma e tanta è la bellezza artistica della tastierista Erica Richardson capace di cimentarsi in vigorosi duetti con la carismatica cantante.
Del resto, coniugare una carriera oramai trentennale con un piacevole innesto è pura grazia quando la stessa Skin pare aver fatto un patto col diavolo per l’intensità dimostrata sul palco.
Deborah Anne Dyer è un condensato di pura adrenalina, i suoi partners del palco non sono da meno nel dispensare energia. Ai ritmi forsennati si alternano melodie più delicate, ad una voce capace di scorrere fra diverse lunghezze d’onda, si lega una “forza d’urto” musicale prettamente in sintonia.
I testi degli Skunk Anansie, da anni parlano di tematiche sociali, d’identità di genere, di discriminazione razziali e quant’altro. Il trittico di apertura, eseguito tutto di un fiato e composto da “This means war”, “Intellectualize my blackness” e “Yes, it’s fucking political”, ne è testimone.
A questi tre brani, si aggiungono altri diciassette brani provenienti da un ricco e variegato repertorio e per citarne alcuni, ci sono “Can’t take you anywhere” e “Piggy” e la vecchia “Little baby swastika”. E poi, menzione speciale per i classici “Hedonism”, “Charlie Big Potato”, “Secretly, “ e “My ugly boy”.
Nello spazio cagliaritano, è come una festa. Si balla, si canta, si salta sino all’ultima nota di “Follow me down” ma le ultime parole spettano a Skin: “We are Skunk Anansie”.
