Struffoli, panettone e seadas; ecco i dolci natalizi più cercati dagli ItalianiIl podio dei dolci natalizi che vengono più frequentemente cercati dagli Italiani sui motori di ricerca online è dominato dagli struffoli (35.000 ricerche), palline fritte tipicamente napoletane il cui nome di origine greca significa “di forma tondeggiante”, seguiti dal panettone (30.100 ricerche), originario di Milano e famoso in tutta Italia grazie al suo impasto dolce lievitato a forma di cupola, ripieno di frutta candita. Al terzo posto le seadas (22.600), il dessert sardo per antonomasia che risulta persino più cercato rispetto all’altro grande re delle feste, il pandoro (20.100), dolce tipico veronese. In quinta posizione, a pari merito, il castagnaccio, la torta di farina di castagne originaria della Toscana, e il tronchetto di Natale (19.000), dolce natalizio a forma di tronco ricoperto solitamente di cioccolato, glassa e marmellata che, seppur originario della Francia dove è conosciuto come Bûche de Noël, non può mancare sulle tavole piemontesi. Lasagna, panettone e coniglio: i piatti natalizi italiani più difficili da pronunciare per gli stranieriLa cucina italiana gode di grande fama anche all’estero, tanto che alcuni dei piatti tipici vengono replicati in tutto il mondo anche durante il periodo natalizio. Ma per presentarli in tavola correttamente, può essere utile un ripasso della pronuncia esatta. Preply ha quindi analizzato quali piatti della tradizione natalizia italiana possono risultare più difficili da pronunciare per chi parla un’altra lingua, tanto da richiedere più di un ascolto prima di essere assimilate correttamente. La lasagna, servita ovunque sulle tavole italiane ma in particolare in Abruzzo e nel Lazio, è il piatto delle festività più difficile da pronunciare per gli stranieri, con oltre 36.000 ascolti. Medaglia d’argento per il panettone (29.000); bronzo per il coniglio (27.000), che in Liguria viene preparato alla genovese, con olive nere taggiasche, vino locale, noci e pinoli. Al quarto posto la cassoeula (17.000), piatto tipico della Lombardia, mentre al quinto, a pari merito per ascolti, lo strudel e le sfogliatelle abruzzesi (16.000), dolcetti sfogliati ripieni di confettura di uva con cioccolato, mandorle e liquore che si preparano in Abruzzo proprio in occasione del Natale. A seguire – dalla sesta alla decima posizione – ci sono: i tortellini (14.000), serviti in brodo in quasi tutta Italia in occasione del Natale; l’abbacchio, immancabile nelle tavole del Lazio e preparato al forno o fritto (12.000); le cozze (11.000) gratinate in Sardegna o insaporite con salsa di pomodoro se fatte alla tarantina; i ravioli (10.000), presenti sulle tavole natalizie di tutta Italia ma in versione dolce in Liguria; e i cappelletti (7.400), spesso e volentieri in brodo, come insegna la tradizione romagnola. Tra dialetto, francese e tedesco: le pietanze natalizie “impronunciabili”Ci sono infine una serie di piatti la cui pronuncia è in grado di mandare in crisi non solo gli stranieri, ma anche gli italiani. Tanti piatti tipici delle festività hanno mantenuto nomi dialettali o derivanti da francese e tedesco. È il caso delle (o dei) sannacchiùtele [sannakˈkjutele] appartenenti alla tradizione culinaria della provincia di Taranto: in questo caso può essere complicato capire dove cada correttamente l’accento in assenza di segni grafici, nonché se parlarne al maschile o al femminile, essendo presenti varie versioni. Il nome viene dall’espressione “s’hanno a chiudere”, cioè “si devono chiudere”, in riferimento alla forma a saccottino di questi gnocchetti fritti, nonché alla necessità di conservarli nascosti in credenza prima che arrivi Natale per tenerli lontani dai più golosi. In Valle d’Aosta sono tipici due pani: flantze [flɑ̃ts] e mécoulin [mekulɛ̃]. In questo caso la difficoltà è dovuta alla pronuncia francese, dove ad esempio la pronuncia di un dittongo può corrispondere a una singola vocale (come nel caso di mécoulin) e viceversa. Tra i nomi complicati anche i cuddrurieddri calabresi, dal greco κολλύρα kollura che significa ‘corona’, a ricordo della forma a ciambella della pietanza. In questo caso è presente il gruppo consonantico ddr con assimilazione consonantica: il gruppo andrebbe infatti pronunciato con un’unica emissione sonora difficile da riprodurre graficamente. Senza dimenticare infine i lebkuchen [ˈleːpˌkuːχən], biscotti altoatesini dalla complessa pronuncia tedesca e dall’etimologia incerta: andrebbe ricondotta al termine latino libum, che significa focaccia o torta sacrificale. Infatti, in tempi antichi i cittadini sacrificavano agli dei quanto avevano di più prezioso, in questo caso il cibo, in cambio di favori. Il pane era noto con il nome laib, poi divenuto laibkuchen e quindi lebkuchen, spesso tradotto come pan di zenzero. Completano la lista degli “impronunciabili” i cjarsons friulani in versione salata, ravioli tipici della Carnia la cui pronuncia però varia da zona a zona (chiarsons o ciarsons) rendendo quasi impossibile leggerne il nome correttamente; e la ben più nota cassoeula [kaˈsøla], piatto unico a base di verza e carne di maiale il cui nome deriverebbe dall’utensile da cucina con il quale veniva preparata, ossia il cassoeu, ‘mestolo’ in dialetto milanese. Proprio il trittongo di derivazione francese tipico di questo dialetto rende il suono œ pronunciabile solo dai milanesi doc. |