La sua sorte è ormai segnata, Lisa Montgomery sarà la prima donna, da 67 anni a questa parte, a finire i suoi giorni nella camera della morte del penitenziario federale di Terre Haute nello stato dell’Indiana, il prossimo 8 dicembre; due giorni dopo toccherà a Brandon Bernard, 40 anni, che nel 1999 in Texas uccise due giovani religiosi.
Argomento spinoso quello del diritto a difesa della vita; i trattamenti di pena orientati al rispetto della persona, varrebbero a qualificare come paesi civili quelli dove realmente, gli stessi vengono garantiti e praticati.
Ma non è proprio così: le pene capitali sono utilizzate in tanti stati del mondo (almeno 20 secondo l’ultimo report fornito dall’organizzazione non governativa Amnesty International).
Esecuzioni che a volte si svolgono addirittura in segreto, senza informare preventivamente familiari, avvocati o in alcuni casi anche gli stessi condannati.
Ciò che si rileva è che, in pieno 2020, ci sia una recrudescenza nell’utilizzo delle pene capitali non già in stati come l’Iran, l’Irak, il Vietnam, Corea del Nord, Cina, che danno poche garanzie del rispetto dei diritti umani, quanto in un paese (e non uno qualunque), per giunta occidentale, gli Stati Uniti d’America considerata la prima democrazia del mondo, dove tra poco più di un mese, sarà giustiziata la prima donna dal 1957; in quel caso, ad essere giustiziata dal governo federale era stata Bonnie Heady, uccisa nella camera a gas.
Va detto che gli Stati confederati americani dove ancora è attiva la pena di morte sono solo 29 su su 50: in alcuni è stata abolita, oppure la sua esecuzione è stata sospesa.
Ebbene, dopo un periodo di moratoria durato quasi 70 anni, l’amministrazione Trump per mano del procuratore federale Barr, ha deciso di riavviare le pene capitali, che sono già riprese a partire dallo scorso luglio.
Il prossimo 8 dicembre, toccherà dunque a Lisa Montgomery, 52 anni, che soffre di gravi disturbi mentali, tuttora incapace e sotto trattamento farmacologico per i postumi di un’infanzia ed una adolescenza contrassegnata da violenze, stupri ed abusi subiti anche dai due suoi mariti.
Una condizione terribile che ha segnato in maniera definitiva la sua vita, con un disagio psichico aggravato anche dalla dipendenza dall’alcol.
A causa di questa condizione patologica di gravissimo disturbo mentale, la Montgomery (poi rea confessa) si macchiò nel 2004 di un atroce delitto; l’antefatto del crimine fu la dichiarazione che Lisa Montgomery fece alla propria famiglia dicendo di essere incinta nonostante avesse subito un’operazione di sterilizzazione.
Con lo stratagemma di voler acquistare un cucciolo di cane contattò la signora Stinnett che si trovava in un avanzato stato di gravidanza ed una volta a casa sua, la strangolò a morte aprendole l’addome per rubarle il nascituro, in modo da spacciarlo come proprio.
Il delitto già efferato e gravissimo di suo, fu completato dal rapimento della bambina strappata dal ventre materno che – in quel momento all’ottavo mese di sviluppo – sopravvisse, salvandosi incredibilmente. Oggi quella bimba di allora, ha 16 anni.
Questo caso, pur nella sua indubbia malvagità, sta infiammando il dibattito etico-politico, facendo discutere l’opinione pubblica e le associazioni per i diritti umani.
La domanda drammatica è: la Montgomery nel momento del crimine era presente a se stessa e lucida nel suo gesto, o viceversa non percepiva il disvalore del fatto che andava compiendo. La questione non è di poco conto, perchè solo chi capisce e comprende può essere punito.
I legali della omicida, su questo non hanno dubbi, ecco perchè parlano di palese ‘grave ingiustizia’ per la pena capitale decretata, sostenendo che Lisa Montgomery avrebbe agito in uno stato di totale incapacità di intendere e di volere, che la rende non punibile con la pena della morte.
Alberto Porcu Zanda